TESTIMONIANZE
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La tua storia ha un valore che non si può misurare. Raccontacela per dare coraggio e speranza a chi pensa di essere solo nella sua battaglia. Insieme siamo più forti.

PATRIZIA

Istruzioni di vita: la storia di Patrizia Di Chiara, insegnante e paziente ematologica tra rinascita e speranza

 

Mi chiamo Patrizia Di Chiara, ho tre figli, insegno lettere alla scuola media da sempre e, da sempre, amo profondamente il mio lavoro. Insegnare per me non è solo una professione, è un modo per rimanere viva. La mia storia è fatta di malattie, battaglie, e rinascite. E ogni volta, è stato il desiderio di esserci – per i miei ragazzi, per la mia famiglia, per me stessa – a spingermi oltre.

 

Tutto è iniziato nel 1996. Avevo trent’anni. Mi dissero che avevo un linfoma non-Hodgkin. Non sapevo bene cosa fosse, ma sentii subito che non sarebbe stato un percorso facile. Fui indirizzata all’Ematologia del Policlinico Umberto I di Roma, dove incontrai prima il professor Franco Mandelli, una figura carismatica che metteva quasi soggezione, e poi il professor Maurizio Martelli, giovane e determinato. Lì iniziò tutto.

 

La chemio mi spaventava. Speravo si potesse “togliere tutto” con un’operazione, ma non era così. Iniziai le cure, seguita con attenzione e umanità. Ricordo ogni tappa: le sedute di chemio settimanali, la radioterapia, le tac di controllo. E poi, finalmente, il giorno della remissione completa, il 7 febbraio. Lo ricordo come uno dei più belli della mia vita.

 

In quel periodo mi ero anche iscritta all’università. Studiavo durante le infusioni, con i libri in grembo. Mi sono laureata in mezzo alle cure, con la testa piena di conoscenza e il corpo provato. I miei ricordi sono pieni di afte, tosse, dolori allo stomaco, la perdita dei capelli. Ma anche della presenza costante di mio padre, severo e fortissimo, sempre al mio fianco.

 

Quel tempo mi ha segnata ma mi ha anche insegnato molto. Ricordo con affetto le signore di AIL Roma: sempre presenti, attive, instancabili. Un esempio che mi ha ispirato. Oggi, con la mia amica Silvia, gestiamo la postazione AIL in via dei Castani a Centocelle. Distribuiamo Uova di Pasqua e Stelle di Natale per raccogliere fondi. È un modo per restituire qualcosa. Per dire “grazie” restando dalla parte di chi ha bisogno.

 

Dopo il linfoma, sono arrivate altre prove. Cinque anni fa ho avuto un tumore solido, un’altra chemioterapia, un nuovo intervento. Poi, solo un anno fa, un arresto cardiaco. Mi hanno salvato dei passanti, gente qualunque che sapeva cosa fare. Anche questa volta, ce l’ho fatta.

 

Oggi la mia salute è fragile, ma la mia energia è intatta. Insegno con più passione di prima. La malattia mi ha spostato lo sguardo: dai libri alle persone. Cerco di trasmettere ai miei studenti il valore della resilienza, di far cogliere nelle parole degli autori quel filo di speranza che attraversa la letteratura, anche quando non sembra.

 

Quando hai vissuto certi momenti, ti resta un radar per riconoscere chi sta male. Capisco subito chi porta una parrucca. E sento il bisogno di avvicinarmi, offrire una parola, creare un contatto. Anche nei momenti di volontariato, quando qualcuno si ferma e racconta un dolore, so cosa dire. So come dirlo. Perché ci sono stata.

 

No, non mi sento sfortunata. La vita è questa. A volte dura, a volte sorprendente. Ma finché posso alzarmi e andare a scuola con il sorriso, so che ho ancora tanto da dare.

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