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TESTIMONIANZE

ORNELLA

Mi chiamo Ornella Piergiovanni, ho quasi 27 anni. Quando mi è stato diagnosticato il linfoma di Hodgkin ne avevo quasi 24. Quegli anni sono volati, a volte mi sembra sia successo l’altro ieri, ma in realtà sono già passati tre anni da quel febbraio del 2023 che ha cambiato la mia vita.
 
La scoperta e la diagnosi
 
Tutto è iniziato nei primi mesi del 2022 con un prurito costante e insopportabile, soprattutto alle gambe, così forte da provocarmi delle ferite. All’inizio, complice un periodo di forte stress, pensavo si trattasse di una semplice orticaria. Ho tralasciato il problema per un po’, convinta non fosse nulla di grave, finché la situazione non è precipitata. La svolta è arrivata la sera di Halloween. Stavo accompagnando mio fratello in giro per il paese a fare “dolcetto o scherzetto” quando, all’improvviso, ho avuto un brutto attacco d’ansia. Mi sentivo soffocare in mezzo alla folla e, per calmarmi, mi sono portata le mani al collo: è stato allora che ho sentito un linfonodo fortemente ingrossato. A metà gennaio del 2023 mi sono sottoposta a una biopsia al Policlinico Umberto I e il 20 febbraio è arrivato l’esito istologico.
 
Io non volevo crederci, rifiutavo l’idea che potesse essere qualcosa di grave. Mia zia – la sorella di mio papà, che mi ha fatto da custode e mi accompagna ancora oggi a ogni controllo – in cuor suo forse lo aveva già capito. Io ero totalmente sotto shock: da un semplice prurito mi ritrovavo in mano una diagnosi di tumore. Entrata nella stanza con mio padre e mia zia, la mia reazione è stata dettata dalla rabbia e dalla paura. Ho cominciato a piangere! Ricordo che la dottoressa D’Elia cercò di confortarmi dicendo: “Guarda Ornella, se hai paura per i capelli, stai tranquilla che non ti cadranno”, e io le risposi duramente: “Non me ne frega niente dei capelli!”. Col senno di poi mi sono sentita in colpa per aver trattato male i medici; in seguito ho chiesto scusa a tutti, specialmente alla dottoressa D’Elia, con la quale si è poi creato un legame d’affetto molto bello. Un giorno mi disse: “Siamo felici del tuo percorso. All’inizio, vista la tua reazione, avevamo temuto che non avresti teso le braccia alle cure. Ci hai stupiti tutti”.
 
Nonostante le tantissime difficoltà sono grata a chi mi è stato vicino. Il mio compagno Sebastian mi ha sempre tenuto la mano stretta fin dal primo istante e non l’ha mai lasciata per tutto il percorso. Se sono riuscita ad affrontare le cure, il merito è anche del suo amore e della sua presenza costante.
 
La paura degli aghi e la preservazione della fertilità
 
Prima di iniziare la chemioterapia a marzo, i medici mi hanno indirizzata all’ospedale San Carlo e successivamente a Bologna per la crioconservazione del tessuto ovarico. Ero giovanissima, non avevo mai subito un intervento né ero mai stata ricoverata, ed ero terrorizzata. Per tutta la durata delle cure mi è stata somministrata anche una terapia ormonale per mettere a riposo le ovaie e proteggerle. È stato un percorso rapido e delicato, organizzato perfettamente dall’équipe medica per tutelare il mio grande desiderio di diventare madre, dato che la chemio avrebbe potuto compromettere la mia fertilità.
 
Le cure sono durate fino ad agosto 2023, con sedute ogni due settimane, seguite da 15 giorni di radioterapia al mediastino a gennaio 2024. Affrontare tutto questo con la mia fobia per gli aghi è stata una prova durissima. All’inizio, per testardaggine, rifiutai il PICC. Ma alla terza chemio – una sessione dolorosissima in cui la cannula bruciava a tal punto da costringermi a continue interruzioni, trasformando 3 ore di infusione in un calvario di 6 ore – ho ceduto e ho accettato il posizionamento del catetere venoso. Una notte sono finita anche al pronto soccorso per via della febbre alta dovuta al calo dei globuli bianchi. Restare da sola in ospedale quella notte, con il terrore profondo di non uscirne più, è stato uno dei momenti più bui. Eppure, nonostante le cadute, ce l’ho fatta.
 
Il regalo più grande: la nascita di Irene
 
I cambiamenti più grandi sono avvenuti dentro di me. Prima della malattia ero impulsiva, rispondevo di getto alle cose senza riflettere. Questa esperienza mi ha ammorbidita, ha ridimensionato le mie paure e mi ha trasformata in una persona molto più riflessiva.
 
Quando finalmente sono entrata in follow-up e i medici mi hanno detto che ero guarita, la mia prima domanda è stata: “Quando posso provare ad avere un bambino?”. Mi dissero di aspettare un anno. Avevo il timore di dover tornare a Bologna per il reimpianto del tessuto ovarico, temevo che il mio corpo non ce la facesse da solo. E invece, la vita mi ha fatto il regalo più bello in assoluto. Contro ogni previsione, sono rimasta incinta naturalmente e a gennaio del 2026 è nata la mia bambina, Irene. Oggi ha 4 mesi ed è la mia gioia più grande, la ricompensa più dolce dopo tante lacrime.
 
L’incontro con AIL Roma e il volontariato
 
In questo viaggio non sono mai stata sola. Durante le terapie all’Umberto I, i medici mi consigliarono il supporto della psiconcologa di AIL Roma. È così che ho conosciuto Marina. Per me Marina è stata un punto di riferimento insostituibile, una presenza indispensabile che mi ha seguito in videochiamata quando non potevo muovermi e che sento tuttora ogni volta che ho bisogno di un consiglio. Ha condiviso con me la gioia della gravidanza e la nascita di Irene.
 
Il mio legame con AIL Roma è nato da qui. Io e la mia famiglia gestiamo una macelleria e, insieme a mia zia (che è la vera forza trainante del volontariato in famiglia), abbiamo deciso di fare la nostra parte. Dall’anno scorso utilizziamo lo spazio della nostra attività per distribuire le Uova di Pasqua e le Stelle di Natale. Non sempre riusciamo a partecipare fisicamente agli eventi, ma cerchiamo di contribuire con le donazioni ogni volta che possiamo. Inoltre, per il prossimo giugno, organizzeremo la festa per la mia bimba e abbiamo scelto di devolvere un contributo ad AIL ordinando le bomboniere solidali per l’evento.
 
Essere volontari per AIL Roma significa questo: donare ciò che si può, fare rete e restituire un briciolo del grande aiuto che si è ricevuto, per far sì che nessun paziente debba mai sentirsi solo nel momento del bisogno.

 

 

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